Descrizione
Il fulcro attorno al quale ruota l’intensa e originale riflessione di Piero Stefani è l’ultimo capolavoro di Raffaello Sanzio: la Trasfigurazione (oggi alla Pinacoteca vaticana), commissionata dal cardinal Giulio de’ Medici – futuro Clemente VII – per la cattedrale di Narbonne. Un’opera che è anche un testamento: la leggenda vuole che il quadro sia stato portato il 6 aprile 1520 (Venerdì Santo) nella stanza nella quale il sommo pittore trentasettenne si stava congedando dalla vita terrena. La narrazione della Trasfigurazione presente nei Vangeli sinottici costituisce, da sempre, un banco di prova tanto per l’esegesi biblica e la riflessione teologica, quanto per l’arte cristiana d’Oriente e d’Occidente. Gesù si trasfigura: “Il suo volto rifulse come il sole e le sue vesti divennero candide come luce” (Mt 17,2). In questa luce, che trasforma l’immagine di Gesù, è condensata la componente pasquale del mistero della bellezza. La pittura, legata allo spazio, riesce a rappresentare simultaneamente quanto il tempo del racconto è obbligato ad esporre in successione. In una specie di composizione teatrale che vede i personaggi disposti su due piani, Raffaello colloca in alto la Trasfigurazione e in basso l’affollata scena della mancata guarigione, da parte dei discepoli, di un fanciullo indemoniato. Al volto di Gesù trasfigurato sul monte, corrisponde, per antitesi, a valle quello stravolto del ragazzo. Si tratta di una composizione senza precedenti, ripresa e imitata, una ottantina di anni dopo, da Peter Paul Rubens.
